Lunedì 15 Febbraio 2010 13:36
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DUE PARTITE

Otto donne. Quattro madri e quattro figlie. Allo specchio. A distanza di oltre trent’anni, ma scenicamente contemporanee in quanto, per scelta registica, messe continuamente a confronto grazie al susseguirsi di quadri in cui le due generazioni si alternano e, appunto, si specchiano.

Madri e mogli le prime: ruoli vissuti con insofferenza dall’una, con rassegnazione dall’altra e ancora con un senso di gioiosa attesa oppure di dovere. Ciascuna nasconde un sottile disagio nel non essere ciò che la propria indole suggeriva. La settimanale partita a carte è l’occasione per stare tra loro, scambiarsi confidenze, litigare, lasciarsi andare ai rimpianti e agli sfoghi. Il tutto spesso sul filo dell’ironia. Qualcosa non torna. Più per alcune che per altre.

Sullo sfondo i loro uomini: deboli, egoisti, innamorati, adulteri, maschi.

Cambieranno le cose? Si cambieranno. Non in meglio. Non in peggio.

Le quattro figlie, che s’incontrano al funerale della madre di una di loro, sono donne diverse: lavorano, sono autonome, più consapevoli, non hanno figli. Fanno ora ciò che le madri non potevano fare. Ma qualcosa ancora non torna. Rimangono le difficoltà nei rapporti con i loro uomini: l’eterno “non detto” che non smette di riproporsi. Per qualcuna non c’è un uomo e forse nemmeno lo cerca. Per le altre è complicato rapportarsi con un universo maschile forse disorientato dal nuovo ruolo delle donne. Ognuna è alla continua ricerca di nuove risposte. Il tema della maternità pesa allora come oggi ma in modo diverso, perché è difficile essere donne e madri in una società competitiva e cinica. Aleggia un rimpianto non ben definito, le conquiste sono chiare ma il loro peso non è così ben delineato.

Inevitabile inoltre che si riproponga quel vincolo di sangue che condiziona la vita: l’eredità materna sotto forma di reazione o di normale somiglianza.

Donne diverse dunque perché diverso è il contesto sociale nel quale vivono, perché il raggio di scelta si è confusamente ampliato. Sono passati decenni ma l’identità femminile sembra inalterata, nonostante la carriera e l’emancipazione; essere donna significa oggi come allora energia, allegria, fatica, dolore, incertezza. Argomento principe non è più la rivendicazione nei confronti dell’uomo, oramai sempre più vicino alla donna e dunque chiuso nella medesima gabbia. Il punto di vista femminile si fa universale e onnicomprensivo delle tristezze e speranze dell’intera società. “L’esperienza dell’amore” che Rilke auspica possa diventare “una relazione tra essere umano ed essere umano e non più tra maschio e femmina” forse è diventata realmente tale se si considera che il rapporto uomo-donna, se prima era prevalentemente condizionato da ruoli e concezioni di antico stampo, ora è caratterizzato dalla faticosa e univoca ricerca di sé dalla quale partire per costruire relazioni ed equilibri interpersonali.

Primeggia il senso dell’irrisolto, dell’inadeguato, che tutti ci pervade. E nel quale la ricerca di un equilibrio coincide sempre con l’impegno primario delle nostre esistenze: la ricerca della propria verità.